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‘Ride Lonesome’, l’ultimo disco di BECK ci insegna che la sola strada per lasciar andare è attraversare il buio.

A sette anni dal precedente, Beck torna con Ride Lonesome, completando la trilogia acustica iniziata con Sea Change e Morning Phase e trasforma la sofferenza in un intenso capolavoro di malinconia, sospeso tra la dolcezza del ricordo e il coraggio di lasciar andare.

Recensione di Serena Lotti

Ci sono notti di fine estate in cui l’autunno arriva e non chiede il permesso. Si insinua piano tra le fessure di una finestra socchiusa e scivola sulla pelle come una carezza fredda. Dormiamo nudi, con il lenzuolo caduto a terra, traditi da un caldo che fino a ieri sembrava eterno. Nel buio cerchiamo d’istinto il nostro riparo naturale: ci stringiamo nel respiro di sta accanto a noi, di chi amiamo, affondiamo nelle sue carni, e per un istante ci crediamo al sicuro. Ma è un conforto a metà. C’è sempre un fianco che resta scoperto, una striscia di pelle esposta al vento pungente, lasciata sola a tremare. Ecco è questa la pima immagine, forse un pò stucchevole lo ammetto, che ho avuto dopo avere ascoltato il disco di Beck

L’ascolto di Ride Lonesome mi ha lasciato esattamente questa sensazione. Non una tristezza che pesa o che chiede spiegazioni; piuttosto un’ombra lieve, un sedimento di nostalgia che si appiccica addosso e non sai perchè. È la bellezza sottile delle cose che provi a capire ma che in fondo ti sfuggono. Una dicotomia: ti senti al riparo, proprio mentre impari a tremare.

Il nuovo album che arriva a ben sette anni di distanza dal precedente, si muove in una delicatissima veste folk-rock che va a completare in modo meraviglioso l’ideale trittico ideale iniziato con Sea Change (2002) e proseguito con Morning Phase (2014).

Ride Lonesome è un’opera densamente popolata da fragili e raffinate melodie acustiche, intrecciate a testi intrisi di desolazione e sorrette da un accompagnamento minimale, raffinatissimo e curato in ogni dettaglio. Beck si prende il tempo che gli serve per consegnare il suo capolavoro e come un artigiano rifinisce e costruisce lentamente le cose nel corso degli anni: questo disco rivela l’anima di un artista intensamente devoto alla propria arte malinconica ed esistenziale. Sebbene i brani siano di una orecchiabilità sconcertante (io l’ho ascoltato in loop per ore senza stancarmi mai) nascondono in realtà una struttura ricchissima e densa e mostrano un processo creativo e complesso e finemente elaborato. Come rendere le cose difficili semplici. “La semplicità è l’estremità della sofisticazione” diceva il nostro caro Leonardo da Vinci. Con Ride Lonesome Beck si avvicina moltissimo al mondo acustico di Sea Change ed è anche in questo disco che sceglie la stessa formazione di allora: Smokey Hormel, Joey Waronker, Justin Meldal-Johnsen, Roger Joseph Manning Jr. e Jason Falkner. Squadra che vince non si cambia.

Falling Through My Hands è uno dei più bei pezzi d’amore concepiti da Beck a mio avviso, potrei dire istintivamente che ti strappa le carni salvo costruire un’immagine troppo cruda e non è questo il caso, non si sporca tanta bellezza. Una canzone che inizia come una ninna nanna e che parla dell’amore che perdiamo, della fiducia che abbiamo riposto e che ci è state strappata via “Lovers hide in their own stories, and keep their secrets till the morning, at the dawn I lit a blue candle, you were gone” con una melodia che ricorda un po’ I need some sleep degli Eels. Ci apre la mente sulle voragini dei nostri abbandoni. Abbandoni che forse non supereremo finchè campiamo.

Ci sono altri brani come For Your Love, che risultano un po’ troppo contemplativi, con un animo molto ambient e una vena orchestrale, o altri dal sapore country-rock essenziale come Slow Canyon, ma sono intermezzi, pause dal dolore, frammenti di ombre che ci aprono a pezzi memorabili come l’esercizio chamber pop di Beyond the Light e la sensazione spaventosa di vedere qualcuno sfuggire tra le dita “Don’t you remember, the dying of the night, when the sun set on our love“.

L’album si muove su un fragilissimo equilibrio, tra la necessità di trattenere il ricordo e la dolorosa consapevolezza che la realtà è cambiata. Del resto sono in molti a dire che da un cuore in frantumi possono nascere grandi capolavori, la storia ne è piena e Beck pare non sottrarsi a questa dinamica: il divorzio da Marissa Ribisi nel 2021 ci fa forse dare per vera quella che è una solida tesi secondo cui il cantautore americano con il cuore spezzato dia il meglio di sé. Non si vorrebbero augurare altre turbolenze emotive a Beck, ma questa è una straordinaria dimostrazione della magia capace di trasformare il dolore in pura bellezza.

Beck ci spiega che la solitudine può non essere necessariamente una condanna, ma un luogo in cui ascoltarsi, un luogo che può essere casa per un po’, anche quando sai che non puoi tornare indietro. È la pace triste che arriva dopo un crollo devastante, dopo l’accettazione rassegnata delle cose che non scegli, è la narrazione mesta e potente al tempo stesso delle tappe del silenzio necessario per consumare il lutto su una qualche riva solitaria e trovare, forse, la forza di muovere il primo passo verso il futuro. Ce lo spiega benessimo nella title track Ride Lonesome: “You’ve got to ride lonesome, you’ve got to try to find the road, you’ve got to cry a river”, mentre una chitarra acustica pizzicata dolcemente e un’eco di pedal steel ci trattiene fermi lì, a trastullarci nel dolore. L’unica soluzione è scappare come ci confessa nella struggente Run Away: “Gonna drive through the city with the headlights off, gonna run ‘til I’m empty, til I can’t remember“.

BECK | Photo Credit Mikai Karl
BECK | Photo Credit Mikai Karl

In Ride Lonesome l’universo di Beck diventa a tratti, impercettibilmente, un crocevia di fantasmi illustri. L’impronta di Nick Drake domina in In the Night e a quest’eleganza dolente si intreccia la ruvidità sofferta ed essenziale di Neil Young, con quella malinconia spogliata in cui la voce si incrina senza filtri, affiancata dalla disperazione controllata e rarefatta delle vibes dei Radiohead. Beck fa di questi richiami delicate suggestioni all’interno di un linguaggio intimo e profondamente personale.

Un album meditativo, un vero e proprio capolavoro di malinconia, costruito idealmente come un rituale di passaggio. Pubblicato temporalmente nell’esatto punto di sutura tra l’estate che sfuma e l’autunno che avanza, il disco cattura quel preciso momento sospeso dell’anno in cui la luce cede il passo all’ombra, al freddo, costringendoci a fare i conti con ciò che è stato.

È un’opera che custodisce la rara e straziante bellezza dell’amore perduto, il peso di una felicità negata e la ferita profonda lasciata da chi ci ha ferito a morte. Un disco dedicato a chiunque si trovi davanti a una pagina dolorosa e pesantissima da voltare.

Una pagina che vorremmo quasi congelare nel qui e ora, pur di non affrontare il terrore di lasciare andare e l’incertezza di ciò che ci attende oltre il confine. Un confine che attraverseremo, comunque, da soli.

Written By

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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